

4. L'interventismo imperialista dei nazionalisti.

Da: F. Coppola, in Idea Nazionale, in La stampa nazionalista, a
cura di F. Gaeta, Cappelli, Bologna, 1965.

Accesi sostenitori dell'intervento dell'Italia a fianco
dell'Intesa, i nazionalisti, oltre a svolgere nei giornali e nelle
piazze una violenta campagna interventista intrisa di retorica
bellicista, delinearono anche gli obiettivi che con la guerra si
sarebbero dovuti raggiungere. A tale proposito, essi affermavano
che l'Italia non doveva limitarsi alla conquista delle terre
cosiddette irredente per completare l'unificazione nazionale, ma
doveva avviare una politica di grande potenza, attuando una
espansione imperialistica in direzione dell'Adriatico e del
Mediterraneo orientale. Corrispondente alle aspirazioni del grande
capitale, l'espansionismo imperialista era considerato essenziale
per il futuro dell'Italia. La guerra infatti, secondo quanto
affermato in questo articolo apparso nella rivista nazionalista
Idea Nazionale del 20 ottobre 1914 e firmato da Francesco
Coppola, uno dei fondatori, determiner nuove gerarchie di
potenza, in cui i pi alti posti saranno di quelle nazioni che
avranno saputo conquistarli con le armi,  e l'Italia deve oggi,
sotto pena di decadere senza speranza agli ultimi ranghi,
conquistarsi anche essa il suo posto.


Bisogna intendersi anche sul sacro egoismo. Una volta, non
troppo tempo fa, quando noi, con quella inesorabile pertinacia che
 indispensabile a far penetrare la pi semplice idea chiara nella
amorfa e gelatinosa mentalit politica italiana, parlavamo ogni
mattina ed ogni sera di egoismo nazionale, i filosofi ed i
professori della democrazia e del liberalismo nostrano - e
perfino, purtroppo, Benedetto Croce - ci accusavano n pi n meno
che di materialismo storico. Adesso, da due mesi a questa parte,
da quando cio la grande guerra ha violentemente messo in forse
l'avvenire e la stessa potenza nazionale dei maggiori popoli di
Europa, e l'appello lusingatore o minaccioso dei belligeranti
batte quotidianamente alle porte della nostra impermeabile
incertezza di Stato, adesso il sacro egoismo diventa la formula
ufficiale della nostra politica ortodossa. L'ha ripetuto anche
ieri l'onorevole Salandra assumendo, ahim!, per breve tempo, la
direzione di quella politica estera di cui nemmeno oggi la tragica
decisiva importanza per l'avvenire dell'Italia gli sembra da
anteporre alla solita preoccupazione parlamentare e prefettizia
della politica interna. Occorre - ha detto ieri l'onorevole
Salandra - animo scevro da ogni preconcetto, da ogni pregiudizio,
da ogni sentimento che non sia quello della esclusiva ed
illimitata devozione alla Patria nostra, del sacro egoismo per
l'Italia.
E sta bene. Se non che, ripeto,  necessario intendersi su questo
sacro egoismo. Non gi per l'onorevole Salandra, il quale deve
esser conscio della terribile responsabilit che gli incombe, e
saper quindi precisamente quello che vuole, ma per il popolo
italiano che deve ritrovare la chiara coscienza dei suoi vitali
interessi nazionali, ed in questa coscienza nazionale preparare
l'animo saldo e la consapevole volont, mentre il governo prepara
gli strumenti politici e militari per l'azione. Per il popolo
italiano, per la sua preparazione politica e spirituale, 
necessario che questo sacro egoismo per l'Italia sia liberato
finalmente dalla sua astratta e statica indeterminatezza teorica,
che venga riconosciuto, concretato, definito, che cessi di essere
una formula e diventi coscienza, volont, motivo dinamico, azione.
Altrimenti la formula  essa stessa pericolosa.
Il primo pericolo  che la formula resti indefinitamente formula,
e cio inerte clich politico, e come tale appaghi, addormenti,
paralizzi, isterilisca la inquieta coscienza del paese che
presente, attende e chiede le decisioni nette e virili, questa
profonda ansia nazionale verso l'azione, che pu, invece, e deve
essere feconda di avvenire. Noi Italiani siamo, purtroppo, un
popolo eminentemente verbale, incline per natura a scambiare la
formula per l'azione. I nostri pi prepotenti bisogni sono sempre
di ordine intellettuale e verbale: noi ci convinciamo troppo
facilmente di averli soddisfatti quando li abbiamo teorizzati, ci
convinciamo troppo facilmente di aver risolti i nostri pi urgenti
problemi quando abbiamo trovato il metodo per risolverli. Se anche
questa volta il nostro travaglio dovesse risolversi in una
formula, noi ci chiariremmo irrimediabilmente impotenti di fronte
alla storia, ci dimetteremmo automaticamente dalla storia.
Il secondo pericolo, non meno grave: consiste nelle differenti,
contraddittorie, e troppo limitate, troppo miopi, interpretazioni
cui questa formula astratta pu agevolmente ed indifferentemente
prestarsi. Per coloro i quali, per abulia, per pusillanimit, per
cecit, pretendono conservare indefinitivamente e passivamente la
neutralit italiana in un conflitto senza esempio in cui si
decidono le sorti dell'Europa e del mondo, il sacro egoismo
dell'Italia pu benissimo significare l'immediato piccolo
desiderio di preservarsi dal rischio (come se i rischi della
neutralit non fossero infinitamente pi terribili di quelli della
guerra), di risparmiare nell'ora fuggevole il danaro ed il sangue,
nel godersi i materiali momentanei benefizi della pace mentre gli
altri si dilaniano a morte, di raccattare sotto la mensa dei forti
che combattono pel dominio del mondo qualche briciola dispersa
della loro potenza industriale e commerciale. Per coloro invece
che vogliono la guerra - se pure non la vogliono per l'idea
democratica, o anche per il pacifismo e per la solidariet
universale come pretenderebbe l'ultimo funambulesco sofisma
socialista di Benito Mussolini -, per coloro che vogliono la
guerra, il sacro egoismo dell'Italia, pu benissimo limitarsi a
significare la integrazione della unit nazionale, il riscatto
degli irredenti italiani soggetti all'Austria, la liberazione dal
dominio straniero delle terre italiane del Trentino, di Trieste,
dell'Istria, della Dalmazia, la soluzione, in una parola, del
problema dell'irredentismo.
Ora anche questa ultima interpretazione sarebbe un errore:
generoso errore, ma errore. Il sacro egoismo dell'Italia non pu
e non deve costringersi tutto nell'irredentismo, limitarsi
all'irredentismo. Di l dal problema dell'irredentismo vi  quello
adriatico, di l da quello adriatico vi  il problema
mediterraneo, di l da quello mediterraneo vi  il problema della
politica mondiale, che avr dall'attuale guerra la sua soluzione
per almeno mezzo secolo e che l'Italia non pu e non deve lasciar
risolvere in sua assenza, come immancabilmente avverrebbe se essa
non si decidesse a tempo a partecipare alla guerra. L'Italia , e
molto pi deve essere, una Potenza mondiale. Nell'Adriatico, nel
Mediterraneo, e pi specialmente nel Mediterraneo orientale, in
Asia Minore, la guerra odierna aprir senza dubbio una vasta
eredit, che, se pure non sar quella dell'Impero Ottomano, sar
quella delle grandi zone di influenza economica e politica delle
Potenze belligeranti. L'Italia non pu essere assente
dall'apertura di questa eredit se non vuol condannarsi a
soffocare e ad intristire politicamente ed economicamente nel
Mediterraneo in cui  tutta immersa. In tutto il mondo, del resto,
la guerra che oggi infuria aprir una immensa eredit di dominio e
di influenza, generer certamente nuove gerarchie di potenza ed
anche nuove gerarchie morali e culturali, in cui i pi alti posti
saranno di quelle nazioni che avranno saputo conquistarli con le
armi, con l'ardimento, con la volont, col sacrifizio attuale di
sangue e di danaro, e pi ancora con l'animo risoluto e virile. In
questo nuovo assetto l'Italia deve oggi, sotto pena di decadere
senza speranza agli ultimi ranghi, conquistarsi anche essa il suo
posto. E non vi sar posto per gli imbelli.
L'Italia , e molto pi deve essere, uno dei grandi fattori della
politica mondiale. Il sacro egoismo dell'Italia  n pi n meno
che l'imperialismo italiano.
